“M'inchino al buonsenso - esclamò Settembrini - ma mi inchino anche al coraggio”.
Fino
a qualche decennio fa, quando i medici volevano curare le malattie
polmonari, mandavano i pazienti a respirare l’aria fine e fredda
dell’alta montagna. Si sapeva che il riposo, il cibo sostanzioso e
l’aria fredda potevano guarire.
Al
giorno d’oggi, agli ammalati di malattie respiratorie vengono
somministrati farmaci purchessia, che abbassano e tamponano tutto, dai
sintomi alle difese immunitarie. L’obiettivo si è spostato dalla
guarigione al mantenimento del malcapitato in uno stato di precario
equilibrio farmacologico. Il malato è troppo prezioso per commettere
l’errore di guarirlo.
E’
importante essere consapevoli di questo processo, perché negli ultimi
anni, e ancora più nelle ultime settimane, siamo stati testimoni e
vittime del suo ultimo passaggio: non è più necessario essere ammalati
per dover assumere farmaci. Ora l’appello è al nostro senso civico, al
fine di convincerci - male che vada di costringerci - ad accettare di
ammorbare il nostro corpo a prescindere dalla manifestazione di
qualsiasi malattia, in nome del bene della comunità.
Nel
giro di meno di un secolo, siamo passati dalla guarigione attraverso la
natura alla malattia collettiva – nuova interpretazione del peccato
originario? - prevenuto a colpi di
farmaci, a prescindere dalla manifestazione dei sintomi.
Siamo
passati dalla cura attraverso l’esposizione al sole ed al freddo, alle
multe salate se, lasciando prevalere il nostro istinto, osiamo uscire
dal nostro antro.
Ai
tempi della montagna, il passaggio dalla malattia alla salute ed alla
vita era anche un passaggio obbligato al sapere, e rendeva la guarigione
una sorta di iniziazione come intuì Thomas Mann.
Ai
tempi attuali, i tempi dell’antro e dell’isolamento, la malattia è un
affare da salvaguardare a tutti i costi, e l’ignoranza e la vessazione
sono i mezzi con cui si cerca di imporcela.
Ma noi, con buon senso e con coraggio, continueremo ad andare in montagna….
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